1^ Black: vivere e morire a Vimodrone!
A Vimodrone si può vivere e, più spesso, morire. Sportivamente, s’intende. Ma la sostanza non cambia: si esce dal campo con la sensazione di aver lasciato qualcosa — sangue, sudore, e magari anche un paio di illusioni.
Il vecchio adagio del “non c’è due senza tre” qui si fa legge non scritta, quasi una tassa da pagare alla malasorte: terzo tie-break consecutivo e terza caduta per la Prima Black, che ormai frequenta il quinto set come un avventore abituale frequenta l’osteria — con fiducia all’ingresso, con amarezza all’uscita.
Badate: non tutto è colpa dei nostri prodi. Una fetta, e nemmeno sottile, va attribuita a un arbitraggio che definire discutibile è carezza lessicale. Sul seggiolone troneggiava un novello Minosse, pronto a giudicare e a condannare senza appello, con zelo quasi teatrale.
E dire che la trasferta contro il Plesios aveva già i contorni della salita alpina: all’andata fu tie-break amaro, e il ritorno non prometteva indulgenza. I rozzanesi, però, partono con piglio gagliardo, sospinti da un Martinelli che torna a menare le danze come un primo violino ritrovato.
Poi, sul 20 pari, il fattaccio: una chiamata dubbia, una reazione umana — troppo umana — e la giustizia sommaria cala come mannaia. Giallo, rosso, rosso e giallo: una sequenza che pare un semaforo impazzito e che spegne il miglior attaccante neroarancio. Da lì in poi, smarrimento e caduta: il set scivola via come sabbia tra le dita.
Il secondo parziale è la coda velenosa del primo: stessi numeri, stessa impotenza. Il Crazy pare un pugile suonato, incapace di ritrovare il centro del ring.
Nel terzo set si consuma quasi il funerale sportivo: 23-17 per i padroni di casa, pubblico già con il cappotto in mano e partita che sembra chiusa novantanove volte su cento. Ma il centesimo caso è quello che alimenta le cronache. Coach Marca pesca nel mazzo cambi che sanno di disperazione e invece accendono la scintilla: senza palleggiatore di ruolo, con Gallo improvvisato regista, il Crazy risorge come un cuore colpito da defibrillatore. Punto su punto, scambio su scambio, fino al colpo di scena: set riaperto.
Nel quarto, i neroarancio comandano il gioco con autorità da squadra ritrovata. Qualche tremolio finale prolunga la sofferenza ai vantaggi, ma la chiusura è di quelle che restituiscono dignità e voce.
E poi il tie-break, che è sempre una piccola tragedia greca in salsa sportiva. Avanti 7-2, il Crazy assapora la vittoria, ma il Plesios — paziente e testardo — si aggrappa al suo opposto e risale la corrente. Si arriva al 14 pari, poi è un’altalena da fiera di paese, con match point che si rincorrono come rondini basse.
Sul 16-15 per il Crazy, l’episodio che grida vendetta: Martinelli sfonda il muro, palla dentro, punto che pare scritto. Ma dal trono arbitrale scende il verdetto: fuori. Senza tocco. Senza dubbio. Senza pietà.
Da lì, la sorte è segnata: 21-19 per Vimodrone, che si prende tutto, lasciando agli ospiti il sapore acre dell’occasione smarrita.
Resta il rammarico, certo. Ma anche un orgoglio ruvido, di quelli che non si mettono in vetrina ma si portano addosso. Perché tra mille difficoltà, il Crazy ha dimostrato di avere ancora battito e carattere.
E giovedì si torna in campo, contro il Kolbe. Un’altra storia per cuori forti, prima che la Pasqua — almeno quella — porti un po’ di pace.




