Inizia il girone di ritorno per la nostra Prima Black come se si alzasse il sipario sui Giochi olimpici invernali: aria frizzante, attese altissime e quella sensazione che ogni errore possa pesare come un centesimo sul cronometro del gigante. Dopo l’inopinata sconfitta della settimana scorsa, i nostri erano chiamati a un riscatto immediato, proprio come accade agli atleti che, quasi caduti in una manche, si rialzano per la seconda con lo sguardo di chi ha ancora fame di medaglia.
La seconda trasferta più lunga della stagione diventa così la nostra pista di discesa libera. I padroni di casa del Tigers Volley Bernareggio, sulla carta, sembrano una curva abbordabile, ma la storia olimpica insegna che nulla è scontato: lo sapevano bene i campioni di Cortina d'Ampezzo 1956, quando l’Italia scoprì il brivido dell’oro tra neve e mondanità, tra gare epiche e prime sfilate di stile sulle Dolomiti.
UNA CERIMONIA D'APERTURA PERFETTA
La formazione iniziale è come la cerimonia d’apertura: un equilibrio studiato, una sola novità a cambiare il disegno tattico con Manferoce opposto a Casati, Gazzola e Vaini sempre al centro, Meroni e Martinelli in posto 4 e Veggian libero. E il primo set è una discesa perfetta, di quelle che ricordano le cavalcate di Alberto Tomba a Calgary e ad Albertville: potenza, precisione, pubblico ammutolito. In battuta Capitan Casati scava un solco profondo, il punteggio si dilata fino allo 0-10 come un distacco inflitto a metà pista. È dominio puro, amministrazione elegante, rotazioni che sembrano cambi di sci al parco chiuso (Colombo per Meroni e Imponente per Vaini). Il 6-25 finale è un oro assegnato con largo anticipo.
Ma alle Olimpiadi, si sa, la seconda manche è sempre un’altra storia. Il rientro in campo, con Maestranzi in regia opposto a Cuzzola e Colombo che prende inoltre definitivamente il posto di S2, ricorda quelle gare di fondo in cui la fatica presenta il conto: la ricezione vacilla, gli avversari prendono coraggio, il tabellone segna un preoccupante 18-14. È il momento in cui serve la tempra dei grandi, quella che ha fatto la fortuna di Stefania Belmondo nelle infinite volate sugli sci stretti, o la freddezza glaciale di Ole Einar Bjørndalen quando il bersaglio si rimpicciolisce e il fiato si accorcia. Il cambio in prima linea (Gallo per Colombo) ridà vigore, come un tecnico che azzecca la sciolina perfetta. Si impatta, si sorpassa, si chiude con autorevolezza. È la dimostrazione che le grandi squadre, come le grandi nazioni olimpiche, sanno soffrire e poi colpire.
CONCRETEZZA E VERSO IL DERBY DECISIVO
Nel terzo parziale la concentrazione è compatta come una staffetta ben oliata. Le novità tattiche (di nuovo Manferoce in campo, Gallo confermato al posto di Martinelli e Lorusso libero) diventano sorprese strategiche, proprio come accadde a Torino 2006, quando l’Italia intera si trasformò in villaggio olimpico tra medaglie inattese, piazze gremite e aneddoti di costume: atleti star nelle serate torinesi, pattinatrici icone di stile come Katarina Witt negli anni d’oro, capaci di unire eleganza e competitività sotto i riflettori. Con diversi punti di vantaggio e l’inerzia tutta dalla propria parte, la squadra amministra come un veterano dell’hockey negli ultimi minuti di una finale: niente fronzoli, solo concretezza ed un ultimo avvicendamento con Impontente per Vaini. La chiusura vale tre punti pesanti, come tre medaglie che consolidano il medagliere e rilanciano le ambizioni.
E ora, come in ogni Olimpiade che si rispetti, arriva la gara che può cambiare il destino del torneo: il derby che profuma di finale, la sfida alla capolista MI3 che vale la vetta del Girone A. È il nostro ultimo salto sul trampolino, la run decisiva nello snowboard, la manche che può entrare negli annali. Chiamiamo a raccolta il popolo neroarancio: Giovedì 19 febbraio al PalaCrazy servono il tifo, il calore, la coreografia da cerimonia conclusiva. Perché, come insegna la storia olimpica, le medaglie si vincono con la tecnica, ma le imprese si costruiscono con un’intera comunità che ci crede fino all’ultimo punto.