1^ Orange: Requiem a Legnano. Serata da dimenticare.
C’era un freddo che non era freddo, era un insulto alla dignità umana. Fuori, le strade erano lastre di specchi per pinguini masochisti; roba che se inciampi, scivoli fino a Gallarate senza nemmeno averlo chiesto. Restarsene a casa, vicino al termosifone che gorgoglia, sarebbe stato un gesto di estrema lucidità. E invece no: noi, fedeli alla linea della sofferenza, ci siamo messi in macchina.
Gli dei della pallavolo, che quella sera avevano chiaramente puntato sulla Vomien, ci hanno avvisato subito. Arrivi davanti alla palestra, vedi un buco per l’auto, speri, e invece l’automobilista davanti a te – un predestinato, certamente – ti soffia l’ultimo centimetro di asfalto con la grazia di un rapinatore di banche. Lì, nel buio gelido, abbiamo capito: non era serata. Era solo l'inizio di un calvario in tre atti.
Il Calvario
Il primo set? Un’umiliazione senza prefazione. 25-11. Noi fermi come statue di ghiaccio nel giardino di un castello abbandonato, loro che facevano quello che volevano. Non è stata una partita, è stato un monologo recitato male da una compagnia che ha dimenticato il copione in autostrada.
Nel secondo, per puro spirito di contraddizione, abbiamo deciso di esistere. Siamo arrivati fino al 18 pari, con quella dignità un po' sgualcita di chi sa che la fine è vicina ma vuole comunque farsi il nodo alla cravatta. Poi, puntuale come una cartella esattoriale, è arrivato il crollo: 25-20. Un’illusione ottica, niente di più.
Ma il capolavoro del masochismo lo mettiamo in scena nel terzo. Partiamo bene, siamo avanti noi, siamo padroni del vapore. Arriviamo sul 18-15 e lì, invece di azzannare, ci viene il dubbio di aver lasciato il gas acceso a casa. Ci facciamo riprendere e sorpassare con la passività di un bradipo sotto anestesia. Finisce 25-18 per loro, mentre noi restiamo a chiederci dove sia finito il coraggio.
L'unica nota stonata (nel senso che è positiva)
C’è un fatto: l’infermeria è vuota. Non c'è più un acciaccato, un claudicante, uno che chieda un'aspirina. Siamo tutti sani, tutti abili e arruolati. Il che è la notizia peggiore della serata: significa che non abbiamo più nemmeno l’alibi dei cerotti a proteggerci dalla realtà.
Adesso ci aspetta la prossima partita. Visto l’andazzo, il consiglio ai tifosi è quello di venire in palestra muniti di un buon amuleto o, meglio ancora, di un manuale di sopravvivenza. Anche perché, con la squadra finalmente al completo, l'unica cosa che rischia di restare fuori forma è la nostra dignità. Se giochiamo come gli ultimi dieci minuti di Legnano, l'unica tattica sensata per la prossima è sperare che gli avversari restino bloccati nel traffico. O che, almeno loro, non trovino parcheggio.
L’Intervista: Due chiacchiere (ghiacciate) con il Coach
A fine partita, nel corridoio della palestra abbiamo intercettato il Coach. Aveva lo sguardo di chi ha appena visto un film horror, ma senza il conforto dei popcorn.
Coach, un commento a caldo. Se riusciamo a trovarlo, il caldo. "Ma che caldo e caldo... qui l'unica cosa calda è la bile che mi sta salendo. Abbiamo iniziato che sembravamo dei turisti per caso finiti in un palazzetto per ripararsi dalla neve. Il primo set? Non pervenuto. Credo che qualcuno dei miei stesse ancora cercando di capire come si apre la portiera della macchina col ghiaccio sulla serratura."
Poi però nel secondo e nel terzo si è visto qualcosa. Quel 18-15 nel terzo sembrava la svolta... "Ecco, bravo, 'sembrava'. Eravamo 18-15 per noi, avevamo la partita in mano, o almeno un pezzo. Poi però abbiamo deciso di fare beneficenza. Ci siamo guardati in faccia e abbiamo detto: 'Ma sì, questi poveretti della Vomien devono pur cenare contenti'. Abbiamo smesso di giocare. Spariti. Vaporizzati. Se avessi voluto vedere gente che guarda il treno passare sarei andato in stazione a Legnano, avrei speso meno di benzina."
L'infermeria però è vuota. Almeno questa è una buona notizia. "È una notizia tragica! Finché erano infortunati potevo dire: 'Eh, ma mi manca Tizio, mi manca Caio'. Adesso sono tutti lì, sani come pesci. Il che significa che non abbiamo scuse. Il problema non sono le ginocchia o le caviglie, il problema è quello che sta tra le orecchie. Se lunedì in allenamento vedo ancora quelle facce da gita parrocchiale, giuro che il riscaldamento lo facciamo fuori in pantaloncini. Così almeno avranno un motivo reale per correre."
Obiettivi per la prossima? "Trovare parcheggio al primo colpo. E magari ricordarsi che la partita finisce quando l'arbitro fischia, non quando decidiamo noi che abbiamo voglia di un tè caldo."




